Imu-Tasi verso la scadenza: la mappa delle aliquote

Pubblicato da pierpaologasbarri@gmail.com il

Chi trova un nuovo sconto è bravo (o fortunato). A due settimane dall’acconto Imu e Tasi del 18 giugno (il 16 cade di sabato), i proprietari di casa devono fare i conti con delibere comunali che quasi sempre si limitano a confermare le aliquote degli anni scorsi. È l’effetto diretto della legge di Stabilità 2016, poi confermata anche dalle due leggi di Bilancio successive: da un lato, il blocco degli aumenti ha impedito altri rincari dopo i quattro anni di corsa delle aliquote 2012-15; dall’altro, la maggior parte dei Comuni non è riuscita a trovare gli “spiragli contabili” per finanziare riduzioni del prelievo.

Così, questa prima rata del 2018 farà verosimilmente confluire nelle casse dei Comuni e dell’Erario una cifra vicina a quella dello scorso anno: poco meno di 10 miliardi, per il 70% riferibili all’Imu sugli «altri fabbricati» (seconde case, negozi, uffici, box auto eccetera).

L’analisi sul livello medio delle aliquote applicate agli immobili – condotta da Caf Acli per Il Sole 24 Ore del Lunedì – conferma infatti che Imu e Tasi sono rimaste praticamente ferme dal 2015. Gli sconti sono così rari che, per vederne l’impatto sui dati aggregati, bisognerebbe pubblicare le aliquote medie con tre, quattro o cinque decimali.

IL QUADRO DELLE ALIQUOTE
Fonte: elaborazione Caf Acli su delibere comunali

Il record, a livello di media nazionale, spetta ai fabbricati produttivi (categoria catastale D). Qui l’asticella del tax rate arriva fino al 9,96 per mille considerando l’Imu e, nelle città che l’hanno istituita, la Tasi. Per questi fabbricati, infatti, il prelievo rimane mediamente elevato anche nei Comuni con meno di 5mila abitanti, dove invece – per le altre tipologie di immobili – tende a essere sensibilmente più basso rispetto ai grandi centri. E non è un caso, perché per i fabbricati produttivi il gettito ad aliquota base va tutto all’Erario ed è più probabile che i sindaci tendano ad alzare le aliquote per incassare almeno il gettito incrementale.

Se invece si guarda alle diverse aree territoriali o alla dimensione dei Comuni, si vede che il record del tax rate è quello delle case “a disposizione” nelle città con oltre 50mila abitanti, dove si arriva al 10,5 per mille. Per avere un’idea, su una casa con una rendita catastale di 600 euro, significa pagare 1.058 euro all’anno, di cui 529 in acconto. Senza calcolare che, se il proprietario ha l’abitazione principale nello stesso Comune, si ritrova a dover versare anche l’Irpef sul 50% del reddito fondiario: quasi 100 euro in più già nel primo scaglione di reddito.

«La situazione è stabilizzata verso l’alto e in termini di variazioni medie non si osserva una rilevante stratificazione tra le zone in cui le aliquote sono più alte, come il Centro Nord, e quelle in cui sono più basse, come il Sud e le Isole – osserva Paolo Conti, direttore del Caf Acli – anche se il monitoraggio permette comunque di evidenziare piccoli movimenti nelle delibere locali».

Pur non potendo aumentare le aliquote, i Comuni possono infatti ridurle. A Milano, ad esempio, per il 2018 è stata approvata l’esenzione della Tasi per gli immobili in categoria catastale D e destinati al servizio di mercato all’ingrosso, che vedono ridotta l’Imu al 7,6 per mille.

A Genova, sugli immobili del centro storico (zona 1A) soggetti a recupero edilizio nel corso di quest’anno, l’aliquota Imu è stata portata all’8,4 per mille; così come sulle unità immobiliari usate dalle start-up innovative, e quelle che costituiscono “beni strumentali” delle Pmi innovative (cioè da loro possedute e utilizzate direttamente). È stata ridotta inoltre al 9,1 per mille l’aliquota per i D/1 e D/7 delle imprese, realizzati per consentire nuovi insediamenti produttivi o ampliare quelli esistenti nel 2018, «al fine di incrementare i livelli occupazionali».

Diverso, invece, il caso delle amministrazioni in dissesto, obbligate dal Testo unico degli enti locali a fissare le imposte alle percentuali massime consentite. È la situazione in cui si trova ad esempio il Comune di Terni, dove – eccetto le abitazioni principali non di pregio e le loro pertinenze (Imu al 6 per mille) – l’imposta municipale è stabilita al 10,6 per mille. Con la Tasi allo 0,6 per mille, tranne che per i fabbricati «costruiti e destinati dall’impresa costruttrice alla vendita» (2,5 per mille) e per quelli rurali strumentali all’attività agricola (1 per mille).

Nel complesso, sollevando la lente d’ingrandimento, l’unica tipologia di immobili su cui si nota una riduzione è, di fatto, quella delle case affittate a canone concordato: con l’aliquota media scesa dal 9,16 del 2015 al 9,11 per mille di quest’anno. Un segnale della volontà dei Comuni di assecondare e rafforzare l’abbattimento automatico del 25% della base imponibile, introdotto sempre dalla legge di Stabilità 2016.

Ma quello delle locazioni a canone concordato è un caso particolare e viaggia in controtendenza. Lo dimostra anche il fatto che, per queste abitazioni, il Caf Acli ha rilevato aliquote medie più basse nei Comuni oltre i 50mila abitanti, anziché in quelli piccoli. Si tratta, con tutta evidenza, del “peso” rappresentato dalla lista dei centri «ad alta tensione abitativa», che include tra l’altro tutti i capoluoghi di Provincia, nei quali – tipicamente – i contratti concordati sono più usati. Secondo i dati Omi, ad esempio, a Roma e Genova sono stati registrati l’anno scorso più contratti agevolati che a canone libero. E in molte altre grandi città, come Bologna o Torino, la distanza si assottiglia di anno in anno.

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