La blockchain dei notai chiama a raccolta gli sviluppatori e lancia i primi test

Pubblicato da pierpaologasbarri@gmail.com il

La “catena dei blocchi” dei notai italiani prende forma concreta e fa leva su un concorso di idee per svilupparne gli ambiti applicativi. Entro la fine di settembre si terrà un hackaton di due giorni per approfondire con alcuni top player tecnologici le caratteristiche giuridiche e informatiche della Notarchain e delineare la piattaforma che potrà effettivamente supportarla.

E durante l’estate partirà un’attività di test sugli utilizzi concreti, così da presentare in autunno un primo esame di fattibilità. La scadenza non è casuale: al Congresso nazionale dell’ottobre scorso, quando è stato annunciato il progetto di una blockchain del Notariato, i professionisti si erano impegnati a tradurre in pratica la sperimentazione entro un anno.

«La particolarità del nostro ruolo richiede una profonda riflessione sui requisiti minimi di carattere tecnologico che consentano a un tale sistema di registri condivisi di essere compatibile con l’attività notarile», racconta Giampaolo Marcoz, consigliere nazionale del Notariato. Partendo da un punto fermo: «La struttura non può essere “permissionless”, aperta a chiunque voglia farsi “miner”, ma i nodi devono essere riservati solo a soggetti qualificati». Altro problema: mettere in piedi una blockchain che sia condivisa ma anche indipendente dal partner tecnologico, superando lo scoglio della proprietà dei server.

A ogni modo, precisa Marcoz, «gli atti pubblici non possono essere trasferiti su blockchain. Il sistema italiano dei pubblici registri è già all’avanguardia e si basa, come in tutti i Paesi di civil law, sulla garanzia dello Stato per la loro tenuta e sull’inserimento di documenti certificati». Lo sbarco su blockchain, insomma, ha senso se è migliorativo. «Se dopo una transazione l’atto viene risolto – spiega il notaio – nei pubblici registri si può dare indicazione della modifica, mentre il meccanismo di smart contract non consente di correggere i dati immessi».

Le possibili frontiere

Quali strade si aprono allora per la Notarchain? Lo spunto iniziale, offerto dal cliente di un notaio che aveva esigenza di tutelare la proprietà dei suoi disegni di alta moda, può trovare declinazione nell’intera filiera del lusso come nell’alimentare, nel commercio di opere d’arte, nel deposito dei codici sorgente o nell’ambito dell’identità digitale. Con la blockchain si possono anche fornire utilità “accessorie” all’atto pubblico, a proposito di imposte sulla casa, bollette, tasse sui rifiuti, spese dell’immobile: passaggi che coinvolgono soggetti diversi che possono inserirsi nella “catena”.

«Per fare un esempio, nel caso di una compravendita immobiliare, il sistema potrebbe consentire al notaio di caricare la voltura nella blockchain a cui partecipano anche i partner di fornitura elettrica. Un sistema particolarmente efficiente, che non tocca l’atto in sé ma offre un ausilio al cittadino. Circa le spese condominiali – osserva invece Marcoz – il tema è più delicato. Stiamo lavorando anche a quello, ma per il condominio non c’è un’associazione unica: servirebbe che tutti gli amministratori si associassero e caricassero i dati».

La sfida degli «smart contract»

C’è chi pensa che la blockchain rappresenti una sorta di incubo per la categoria del notai. Perché consente di autovalidare e autocontrollare i documenti e si sovrappone a una della funzioni decisive della professione, sostituendola con gli smart contract: contratti che si eseguono da soli, in automatico e senza il bisogno di una garanzia esterna. Lo stesso modello di business che ha dato vita al successo globale di Ether, la piattaforma nota anche per la critpovaluta Ethereum.

I database distribuiti permettono di creare un registro accessibile a tutti, ovunque, certificando le transazioni fra pari. Spetta poi alla Rete stabilire che l’asset sia veramente di proprietà di chi lo invia, secondo la stessa logica che regola gli scambi miliardari nel circuito delle criptovalute. Ma anche gli esperti del settore non intravedono scenari catastrofici: la contrattualistica smart potenzia ma non può sostituirsi alla figura del notaio.

Un concetto già sentito quando si parla di automazione, se non fosse che qui il margine di “riconversione” dei ruoli è abbassato dalla specificità di diverse funzioni notarili. «L’apporto umano continuerà ad essere fondamentale, malgrado un certo tasso di automazione», commenta Valeria Portale, direttore dell’osservatorio blockchain del Politecnico di Milano. «Il ruolo del notaio potrebbe trasformarsi, ma la sua esperienza e competenza restano fondamentali per i clienti, nelle dispute o nella verifica contrattuale». Anche la tecnologia ha dei limiti naturali. E come gli assistenti virtuali installati sui nostri dispositivi non sono capaci di cogliere le sfumature del linguaggio, così la “catena dei blocchi” è inadatta a gestire la più umana delle variabili: gli errori. «Se un dato inesatto viene inserito nel sistema – sottolinea Portale – non c’è modo di tornare sui propri passi, a causa dell’immutabilità del registro».

Agli albori della nuova tecnologia

Oltre alle considerazioni sulla qualità del lavoro, i timori sull’avvento della blockchain negli studi si ridimensionano per una ragione quantitativa. I dati dello stesso Politecnico parlano di poco più di 330 progetti censiti su scala globale, nel 59% dei casi all’interno dei servizi finanziari.

Il potenziale dei database suscita dunque interesse, ma anche parecchi scetticismi. In parte fondati (il fenomeno è in crescita e ha conseguenze imprevedibili), in parte figli di una visione ancora primordiale dei contratti smart. «Ci potranno essere dei cambiamenti, ma siamo agli inizi di qualcosa che non conosciamo del tutto», sostiene Alessandro Fossato, amministratore delegato e fondatore dell’azienda di trasformazione digitale Interlogica, secondo cui «la categoria dei notai gode già di un tasso di informatizzazione molto elevato» e non ha da temere impatti rilevanti sul modo di lavorare. «Ci sono parecchie funzioni primarie della professione che non possono essere sostituite. Ad esempio, come fa un software a capire se una persona è capace di intendere e di volere?». Certo, ammette Fossato, «col tempo si arriverà a un livello di informatizzazione tale da creare qualche interferenza. Ma siamo ancora agli albori». E più che giocare in difesa, i notai italiani sono già proiettati ad “attaccare” il fenomeno.

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